Di Michael Vanola
Con l’acronimo inglese “NEET” (Not in Education, Employment or Training) vengono indicati tutti quei giovani ragazzi di età compresa tra i 15 e i 30 anni circa, che non sono impegnati né in un’attività formativa, né in una lavorativa. Questo fenomeno è monitorato e studiato dai maggiori istituti di statistica mondiali, ed è stato approfondito nel Regno Unito a partire dal 1999.
Prima di parlare dei dettagli, è doveroso fornire alcuni numeri relativi alla diffusione del fenomeno a livello globale e nazionale. Partiamo col dire che negli ultimi anni la problematica si sta espandendo molto rapidamente nei Paesi dell’estremo oriente e nel sud dell’Europa. L’EUROSTAT (Istituto di Statistica Europeo) ha rilevato come fascia maggiormente interessata quella dei ragazzi di età compresa tra i 18 ed i 25 anni. Nel nostro Paese, invece, la forbice comprende di più i giovani tra i 25 e i 30 anni, in cui i NEET rappresentano il 28,8% della popolazione: il doppio rispetto alla Francia, ed addirittura il triplo rispetto alla Germania.
Ma perché tutto ciò accade? Quali sono i motivi per cui si verifica il fenomeno? Per rispondere a queste domande è meglio restringere il campo al nostro Paese e distinguere tra due fasce d’età, precisamente under 18 e over 18.
In Italia l’istruzione è garantita dallo Stato ed è obbligatoria fino ai 16 anni. Ad ogni studente sono concesse le stesse opportunità per conseguire il diploma di scuola superiore, eppure parecchi ragazzi decidono di abbandonare gli studi troppo presto. Tra questi, molti diventano effettivamente “Neet”, rischiando di compromettere il proprio ascensore sociale. Non è vero, quindi, che nelle regioni dove c’è una maggior percentuale di abbandono, vi sia anche una maggiore occupazione. Inoltre, chi lascia la scuola è più facilmente destinato ad un futuro fatto di lavori precari e malpagati.
Ma veniamo a coloro i quali, pur non frequentando nessuna facoltà universitaria, non sono impiegati nell’attività lavorativa. I “mantenuti” potrebbero essere più “giustificati” rispetto agli under 18: trovare un lavoro subito non è sempre scontato, soprattutto in Italia, dove il tema della disoccupazione giovanile tiene banco da anni nei palazzi del potere. Tuttavia accade sempre più di frequente che queste persone decidano volontariamente di rifiutare le offerte di lavoro, perché comunque sono mantenuti economicamente da genitori particolarmente magnanimi, oppure per poter ricevere da parte dello Stato sussidi come il reddito di cittadinanza, che nella mente di alcuni giovani rappresenta quasi un punto di arrivo al quale ambire. Ma anche in questo caso stiamo parlando di una mentalità che non permette di elevarsi socialmente, e stronca qualsiasi tipo di ambizione economica.
È necessaria una maggiore responsabilità da parte dei giovani, ma è importante per loro anche che lo Stato li metta di fronte ai pericoli di una vita precaria come questa e, se necessario, che interrompa gli aiuti quando vengono utilizzati nel modo sbagliato, al fine di correggere una mentalità sbagliata, derivante probabilmente da un contesto di ignoranza culturale.
Dall’analisi di queste situazioni si evince che il problema dei “Neet” è causato da tanti fattori combinati, che trovano terreno fertile in alcune aree del mondo dove è presente povertà culturale o dove gli investimenti statali nella formazione dei cittadini sono inadeguati. Perciò, per combattere questo fenomeno, è necessario partire dalla scuola, che deve essere per gli studenti un luogo in cui apprendere la cultura del lavoro: essa a mio parere andrebbe messa in primo piano in ogni tipologia di istituto secondario superiore. In secondo luogo la politica dovrebbe adoperarsi per garantire a tutti i giovani un posto di lavoro dignitoso e stabile che consenta loro di costruire il proprio futuro.